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26 Ottobre 2021 / News

Quello che Alessandro Manzoni non ridice di Federico Borromeo

 

L’agiografia di Federico che si legge quinta decade nella Historia patria di Ripamonti parla ampiamente della sua formazione alla Università di Pavia, e del suo alunnato nel Collegio che portava e porta ancora il nome della sua famiglia, dove era entrato diciassettenne nel 1581: Perfectos mores exquisitamque disciplinam in Collegium inducere conatur – Collegio studiisque affixus absque ulla evagatione perseverat, Christianae doctrinae elementa per se, perque contubernales alios pauperibuis tradit, ecc.
Non sarà difficile ai venticinque lettori trovare nei Promessi sposi i prelievi da Ripamonti, a tracciare il ritratto del giovane nobile gia vocato alla esemplarità religiosa e pastorale.
Nel racconto di Ripamonti sono incisi tre episodi di allegria studentesca, che vedono Federico testimone e, se non partecipe, tollerante della giocosità dei compagni: Ad familiaritatem aliquam, et nonnulla cum caeteris oblectamenta descendit. Manzoni non ‘si abbassa’ a ricordarli.
Carlo Borromeo avrebbe lasciato questa terra il 3 novembre 1584: aveva compiuto 56 anni il 2 ottobre. A primavera, «tumultuatum est in Ticinensi Gymnasio … iere ad arma suo more iuvenes»: “ci furono tumulti nell’Università di Pavia … i giovani, come loro costume, corsero alle armi”. Saggiamente i primi alunni di un Collegio Borromeo (istituito da Pio IV e che si sarebbe stabilito defiitivamente nel 1588 nel magnifico palazzo di Pellegrino Tibaldi che si ammira anche alla pagina 415 della Quarantana nella fedele silografia di Francesco Gonin) venivano segregati, «ne in publicum egressi traherentur in partes»: “perché, una volta usciti fuori, non fossero coinvolti in fazioni”. Ma devoti studenti «aegre otium solitudinemque eam ferebant», “sopportavano con sofferenza quella inattività e quella solitudine”. Ma, visto che si era di carnevale, trovarono bello e lecito divertirsi, «optavere iocularia», naturalmente quanto le severe regole tridentine consentivano.
Viveva allora nel Collegio il grande storico e teorico della politica Giovanni Botero, reggitore dell’Accademia degli Accurati: a lui il compito di scrivere un testo, d’obbligo sacro, da mettere in scena. Undici figli di Giacobbe vanno a trovare il dodicesimo, Giuseppe: una turba da sempre famelica entra nella casa del fratello arricchitosi in paese straniero. Gli attori segnalano all’economo che il realismo scenico esige l’allestimento di un pranzo degno di un ministro del faraone. Non accade, si indignano i Comici (così li definisce Ripamonti, pensando che tutto stava per risolversi in commedia), si offende Botero che vede disprezzato il suo testo.
Risolve con la sua amabilità la lite un Iudex [cioè il ventenne Federico: i magistrati di oggi  non devono invidiare la rapidità di questa carriera]: ordina all’economo che prepari un pranzo all’altezza: così viene fatto, e tutta la contesa finisce in ilarità.
Visto che il carnevale durava, quei goliardoni precursori sottopongono a un esame il cuoco, neanche fosse una matricola: come preparare una lauta cena «ex rapis». Superando la prova felicemente, il cuoco avrebbe ottenuto la laurea: «Non caruit delectatione res, multumque exhilarati animi sunt»: “la cosa non mancò di piacere, e gli animi molto si divertirono”. 
Ma ecco che arrivano in collegio i figli del conte Iakob Hannibal von Hoenems, marito dal 1565 di Ortensia Borromeo (sorellastra di Carlo: il padre, conte Giberto, rimasto vedovo nel 1547 della prima moglie, Margherita Medici, sorella del papa e del temuto Medeghino, si era risposato l’anno successivo con Taddea Dal Verme). Quei primi studenti stranieri, una volta acclimatatisi, invitano Federico «ut paulisper ludere pila secum vellet». Ma per questo primo incontro internazionale insorge un problema di spogliatoio: come scendere in campo, vista la necessità di deporre o rincalzare l’abito talare «cruraque aperire»: scoprire le gambe. Interviene il dotto Pietro Galesini: «È questo il Collegio del Cardinale Carlo? È questa la disciplina da lui costituita?». Federico è attonito e confuso: «consternatione intellecta solvitur ludus: et in sua quique cubicula discessere». 

Manzoni sembra ignorare che nel 1612 entrava nel Collegio di Carlo e Federico quel Ludovico Melzi, colpevole della morte di Caterina Medici di Broni, e immortalato come intrepido Vicario di provvisione. E vi sarebbe entrato nel 1625 Alberico Settala, figlio del celeberrimo protofisico Ludovico: di lui scrive il fratello Senatore nel suo inedito Diutile, «Alli 16 marzo 1629 … si addotorò in lege … et ciò in Pavia et con onore». Morirà, Alberico, nel 1630, vittima della peste. 

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