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23 Novembre 2022 / News

Traduzione inglese dei Promessi sposi (seconda parte) a cura di Michael Moore

 

Peter Brooks, recensione (seconda parte) de:

I Promessi Sposi

di Alessandro Manzoni, tradotto dall’italiano e con una introduzione di Michael F. Moore, e una prefazione di Jhumpa Lahiri.

Traduzione della recensione a cura di Arianna Giardini.

 

Con la Monaca di Monza e l'Innominato percorriamo la gamma delle possibilità etiche e, oltre a ciò, viene introdotta la questione della grazia. "Dio v'ha toccato il cuore, e vuol farvi suo,” dirà Borromeo all'Innominato. Manzoni chiaramente condivide il messaggio di Borromeo, ma non vi arriva in modo semplicistico. La sua formazione risiede tanto nell'Illuminismo quanto nella Chiesa.

Nato nel 1785 (due anni dopo Stendhal), Manzoni era figlio di Giulia Beccaria, a sua volta figlia di Cesare Beccaria, autore di Dei delitti e delle pene (1764), la più importante critica alla tortura e ad altre ignobili pene, nonché fondamento dei moderni movimenti di riforma penale. Sembra che Giulia fosse incinta di Giovanni Verri, cavaliere di Malta e donnaiolo, quando sposò il padre legale di Alessandro, un milanese appartenente alla piccola nobiltà. Il giovane Alessandro fu abbandonato in vari collegi gestiti da religiosi, finché nel 1805 la madre lo chiamò a Parigi, dove arrivò in seguito alla morte di Carlo Imbonati, l'aristocratico e letterato con cui ella viveva.

Il figlio s’intrattenne con la madre in un ambiente di scoperta e fermento intellettuale che ruotava attorno al salotto di Sophie de Condorcet, vedova del marchese di Condorcet, morto in prigione (probabilmente per suicidio) durante il Regno del Terrore. Sophie tradusse Adam Smith e Thomas Paine. Nel suo salotto si riunivano regolarmente i filosofi Destutt de Tracy e Pierre-Jean-Georges Cabanis, e Madame de Staël; prima ancora ne furono frequentatori anche Pierre Beaumarchais (autore de Le nozze di Figaro) e la femminista Olympe de Gouges; ci furono visite occasionali anche da parte di Thomas Jefferson e altri. Il compagno di Sophie, lo storico Claude Fauriel, divenne un amico intimo di Manzoni. Per il giovane Alessandro fu un periodo stimolante che, senza dubbio, contribuì a costruire la sua visione modernista del mondo. Ebbe poi rapporti cordiali con il gruppo milanese dei primi romantici che gravitava attorno alla rivista «Il Conciliatore», prima che la censura austriaca ne decretasse la chiusura.

Quando la madre ritenne fosse giunto il momento di prendere moglie, gli fece incontrare la diciassettenne Enrichetta Blondel, figlia di banchieri calvinisti originari di Ginevra. Entrambi i coniugi si sarebbero convertiti un paio d'anni dopo al Cattolicesimo, abbandonando lei gli "errori" del Protestantesimo, mentre lui passava dall’iniziale incredulità all’accettazione della Chiesa (avrebbe composto una serie di Inni Sacri dedicati alle principali festività). Si stabilirono a Milano e in una vicina proprietà in campagna, a Brusuglio, lasciata da Imbonati alla madre. C’era sempre un prete accanto a loro, un confessore di famiglia e padre spirituale, secondo la matrice giansenista, devoto a un’etica rigorosa e convinto che Dio fosse nascosto e che non si potesse mai essere sicuri del proprio stato di grazia. E in seguito cominciarono ad arrivare i figli pressoché in continuazione. Enrichetta si fece carico di dodici gravidanze, se ho contato bene. Alcuni bambini morirono presto, dieci sopravvissero più a lungo, ma solo due figli sopravvissero al padre.

La scrittrice Natalia Ginzburg, da sempre interessata alle dinamiche familiari, scrisse un libro su La famiglia Manzoni, per offrirne uno spaccato di vita domestica. Sembra descrivere una bolgia sommessa, piena di conflitti. Giulia, la madre di Manzoni, che visse fino al 1841, era una presenza dominante dal punto di vista intellettuale e nella gestione della casa, e a lei Enrichetta era deferente. Manzoni, timido per natura, ipocondriaco, agorafobico, restio ad andare in giro da solo - anche se, a detta di tutti, geniale conversatore - lavorava nel suo studio. Il sacerdote più spesso presente era il canonico Luigi Tosi, che in seguito sarebbe diventato vescovo di Pavia; egli dettò i suoi Regolamenti per la condotta della famiglia e tormentò senza sosta Manzoni affinché abbandonasse il romanzo e tornasse a scrivere le Osservazioni sulla morale cattolica, compito che Tosi gli aveva assegnato. Quando Enrichetta, stremata dalle tante gravidanze, morì nel 1833, Manzoni sposò Teresa Borri - aveva bisogno di una moglie per il nugolo di figli -, che entrò presto in conflitto con Giulia e provocò ulteriori strappi all’interno del nucleo familiare. I promessi sposi sembra siano nato durante i lunghi momenti di rifugio che Manzoni si ritagliava all’interno del suo studio.

Nel romanzo, Borromeo accoglie l'Innominato a un "banchetto di grazia" e chiama il parroco di Lucia, il terrorizzato don Abbondio, affinché accompagni il nuovo convertito a prelevare la giovane dal suo castello. Ma durante la cupa notte dell'esame di coscienza dell'Innominato, la donna ha fatto un voto alla Madonna: sarebbe rimasta vergine, se si fosse salvata. Questo voto rappresenterà un ulteriore impedimento al matrimonio: “gli sposi” restano solo “promessi”. Con Renzo andato a lavorare insieme al cugino tessitore di seta a Bergamo e Lucia ora protetta da una rispettabile coppia di anziani, Don Ferrante e Donna Prassede, entriamo in un campo di tentativi di contatto tra i fidanzati separati, entrambi analfabeti, che dipendono dai pensieri comunicati attraverso quel canale imperfetto che sono gli scrivani pubblici e gli amici occasionali, più o meno alfabetizzati. Manzoni ci restituisce una rappresentazione riccamente polifonica di un mondo in cui il parlato e lo scritto,* i dialetti e la lingua pubblica barocca - prodotto della dominazione spagnola - dimostrano non solo lo strapotere dei letterati ma anche la necessità di una lingua nazionale.

Ci troviamo nel bel mezzo della devastante Guerra dei Trent'anni e del conflitto ad essa collegato, la Guerra di Successione per il Ducato di Mantova, combattuta da eserciti rivali sostenuti da Spagna e Francia. Eserciti mercenari invadono l'Italia Settentrionale, già indebolita dalla carestia. Al seguito degli eserciti, come spesso accade, arriva la peste. E qui ci troviamo di fronte alle pagine più belle del romanzo e a una delle immagini più memorabili della dissoluzione della società umana di fronte a una sfida soverchiante. Casualmente, due anni e mezzo fa era previsto che insegnassi I Promessi Sposi, insieme alla mia collega italianista Jane Tylus, in un seminario di laurea che chiamammo Romanzi di guerra, rivoluzione e peste: si trattava di romanzi incentrati su eventi storici imprescindibili. Avevamo scelto il titolo e i testi nell'autunno del 2019: quando li abbiamo insegnati, eravamo su Zoom in piena modalità pandemia. E il romanzo di Manzoni ha assunto nuova risonanza.

L'autore ripercorre le reazioni ufficiali di fronte alla peste del 1630 a Milano, che alla fine uccise circa la metà della popolazione:

In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l'idea s'ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s'è attaccata un'altra idea, l'idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l'idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro.

E poi assistiamo a scene spaventose di pathos, rassegnazione, vigliaccheria, eroismo e ricerca di capri espiatori da tacciare arbitrariamente come "untori”, con l’accusa di diffondere intenzionalmente la peste per aver cosparso con il morbo le porte, per esempio. Manzoni scrisse peraltro un'opera puramente storica, Storia della colonna infame, che racconta l'arresto, la tortura, il processo e l'esecuzione di due barbieri, presunti untori ma del tutto innocenti, a fronte di un crimine inesistente, vittime di un'isteria di massa e di una magistratura corrotta.

Una banda di operai incalliti, i disprezzati e temuti - ma assolutamente necessari - monatti, preceduti da un uomo che suonava la campana, venivano a ritirare i moribondi e li portavano in quarantena nel lazzaretto comunale, mentre i morti venivano gettati nella fossa comune. Essi divennero i temuti dominatori della città. Quando Renzo torna a Milano alla ricerca di Lucia, è testimone del passaggio dei monatti con un carro carico di cadaveri. Il momento lo si potrebbe inquadrare all’interno di una certa sensibilità pittorica caravaggesca presente in Manzoni, un memento mori barocco:

Vede spuntar dalla cantonata della chiesa un uomo che scoteva un campanello: era un apparitore; e dietro a lui due cavalli che, allungando il collo, e puntando le zampe, venivano avanti a fatica; e strascinato da quelli, un carro di morti, e dopo quello un altro, e poi un altro e un altro; e di qua e di là, monatti alle costole de' cavalli, spingendoli, a frustate, a punzoni, a bestemmie. 

Eran que' cadaveri, la più parte ignudi, alcuni mal involtati in qualche cencio, ammonticchiati, intrecciati insieme, come un gruppo di serpi che lentamente si svolgano al tepore della primavera; ché, a ogni intoppo, a ogni scossa, si vedevan que' mucchi funesti tremolare e scompaginarsi bruttamente, e ciondolar teste, e chiome verginali arrovesciarsi, e braccia svincolarsi, e batter sulle rote, mostrando all'occhio già inorridito come un tale spettacolo poteva divenire più doloroso e più sconcio.

La morte avrà il sopravvento. Ad alto pathos è anche la scena nella quale una giovane donna nella sua maestosità depone la figlia morta sul carro e chiede al monatto di tornare la sera, quando il resto della famiglia sarà ormai morta.

Tutto giunge al culmine nell'inferno del lazzaretto, dove si scopre che Lucia è viva e Fra Cristoforo assolve la sua missione finale e compie il proprio sacrificio. Lucia può ora essere liberata dal suo voto ingiustificato grazie al frate, che pronuncia una benedizione per l’unione dei due promessi, ora finalmente realizzabile: “Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla”. Questa sembrerebbe anche la conclusione di Manzoni come umanista cristiano pessimista: è il meglio che si possa sperare.

La testimonianza di Manzoni sulla peste a Milano è precisa e vivida, una delle grandi evocazioni della miseria umana, tra vigliaccheria, negazione, isteria e ricerca di un capro espiatorio, con occasionali momenti di eroismo. Egli definì sinteticamente il genere a cui lavorava: "Rappresentare, per mezzo d’un’azione inventata, lo stato dell'umanità, in un'epoca passata e storica". Queste parole sono state estratte dal suo saggio Del romanzo storico, dove curiosamente critica il suo stesso capolavoro per sostenere che la commistione e la confusione tra il reale e il fittizio nel romanzo storico sono illegittime. Il romanziere dovrebbe davvero distinguere tra la cronaca storica e ciò che ha inventato. Fare questo, tuttavia, significherebbe distruggere l'unità e l'efficacia del romanzo. In quanto forma impura, esso può solo sperare in una certa verosimiglianza, che Manzoni definisce come ciò che "sarebbe sembrato verosimile anche agli uomini di quel tempo se il romanzo fosse stato scritto per loro".

Eppure I promessi sposi tratta in gran parte di gente che non avrebbe potuto leggere un romanzo se ne avesse avuto uno tra le mani. La parola scritta per persone come Renzo - la legge, per esempio - è una forza ostile, pensata appositamente per tenerle sotto il giogo di uomini come Don Rodrigo. I Promessi sposi riesce nell’intento perché è un tentativo letterariamente consapevole di vedere la storia dal basso, di rappresentare come essa schiacci le vite di coloro che non la scriveranno mai. A Manzoni interessano gli umili, gli oppressi e gli sconfitti, coloro che sono stati messi duramente alla prova da forze che non sono in grado di comprendere. Per certi versi l'improbabile controparte de I Promessi sposi è l'Educazione sentimentale, il racconto di Gustave Flaubert racconta il fallimento della sua generazione nel fare i conti con la storia durante la rivoluzione del 1848 e le sue conseguenze.

Il ripudio del romanzo storico come genere da parte di Manzoni non interruppe la sua lunga revisione dei Promessi Sposi: la versione finale del 1840 entrò nella coscienza nazionale e nei programmi scolastici come testo canonico. Ho letto due vecchie traduzioni del romanzo: una è troppo arcaicizzante e barocca, l'altra semplifica al punto tale da far perdere le sfumature. La nuova versione di Michael F. Moore mi ha colpito in modo molto positivo, straordinariamente ben dosata, con i giusti livelli di colloquialità ed eloquenza. Moore rispetta l'eteroglossia del romanzo, il suo ricco impasto di stili parlati e scritti, la cui incompatibilità è tra i temi più profondi del romanzo. Riesce a cogliere, inoltre, la voce del narratore manzoniano, non facile da caratterizzare: una convergenza di ironica saggezza mondana, pessimismo giansenista, immensa pietà per le follie dell'umanità, rispetto per il contadino e l'operaio, e disprezzo per coloro che hanno il potere e se ne servono per fini negativi.

La fuga tra frontiere, da un'egemonia all'altra, sottolinea come nel 1840 l'Italia debba ancora diventare una nazione. L’unificazione sarebbe arrivata durante la vita di Manzoni, e il ruolo da lui giocato sarebbe stato adeguatamente riconosciuto, con la nomina a senatore del Regno, ricoperto di onorificenze. Per le generazioni successive di studenti italiani, tuttavia, questo significò ricevere i Promessi Sposi dalle mani dell’imbalsamatore. Non è così. È un’opera straordinaria, e Michael Moore l'ha reso evidente.

 

Peter Brooks

Peter Brooks è l’autore del recente Balzac’s Lives e di Seduced by Story: The Use and Abuse of Narrative, in uscita a ottobre. (ottobre 2022)

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